GIORNALE MURALE

SUPPLEMENTO GIORNALE MURALE speciale del 26/11/2012 (Formato PDF)

- C'è un futuro per i giovani d'oggi soltanto in una lotta totale. Difendersi dalla disoccupazione e dall'umiliazione, nella crisi che si aggrava, richiede l'attacco al potere. Scatenare la guerra di classe contro la guerra statale dell'oligarchia finanziaria.
La rivolta che avvampa l'Europa meridionale pone a disoccupati, studenti medi, operai, il compito di lotta generale per il potere proletario. Costituire le forme di organizzazione adeguate a questa lotta. Costruire il partito rivoluzionario.
I giovani e giovanissimi, quindici-diciassettenni, che ieri hanno affollato le piazze per manifestare contro la "linea di rigore" governativa, ingaggiando "corpo a corpo" con le "forze dell'ordine", sono l'espressione della rivolta sociale che cresce e della guerra civile che, nel nostro paese, si inasprisce. La giornata di sciopero che, nel disegno dei promotori doveva esaurirsi in sfilate pacifiche, è sfociata invece in guerriglia. L'ultralegalitaria e filoaziendale "Confederazione europea sindacale" (Ces), di cui fanno parte Cgil-Cisl-Uil, aveva indetto per il 14 novembre uno sciopero a scala europea, con le modalità determinate dai singoli sindacati aderenti in 23 paesi dell'UE, per manifestare contro le "politiche di austerità" sostenute dai governi europei. La Cgil, aderendo all'iniziativa, ha deciso 4 ore di sciopero. In questa iniziativa sindacale si inseriscono gli studenti medi con i professori, oltre a gruppi di disoccupati e di antagonisti sociali, che diventano i protagonisti di questa incandescente e multiforme giornata.

Prima di approfondire il significato politico degli avvenimenti tracciamo un quadro delle manifestazioni più importanti di "casa nostra". Puntualizziamo quanto è avvenuto a Napoli, Roma, Milano, Torino.

Dal Sud al Nord un fiume di giovani si riversa sulle strade e più cortei manifestano autonomamente

A Napoli la giornata di protesta ha un suo anticipo il 12. Alla "Mostra d'Oltremare" si svolge il vertice italo-tedesco sul lavoro. Diverse migliaia di studenti medi affiancati da una aliquota di universitari si concentrano in P.za San Vitale unitamente ai "centri sociali" partenopei e campani per manifestare contro il vertice. Alle 13 arrivano i Cobas della Fiat di Pomigliano; lavoratori di altre imprese che non pagano da mesi il salario; i Bros. Si forma un corteo unitario. Quando i manifestanti giungono sulla discesa che porta al summit vengono attaccati coi lacrimogeni "CS". Gli attaccati rispondono coi sampietrini; e seguono diversi scontri che lasciano dodici feriti tra i manifestanti e sette tra le forze di polizia. Il 14 si concentrano in P.za Mancini due distinti cortei: quello della Cgil e dell'Uds; e l'altro ad esso contrapposto promosso dai "collettivi"; che per un tratto sfilano l'uno dietro all'altro. In P.za del Gesù i "collettivi" tentano di prendere la testa del primo corteo piazzando lo striscione "Basta farse; lotta di classe". La mossa non viene accettata dal corteo sindacale che si separa dall'altro e completa da solo la sua ordinata sfilata. I "collettivi", che convogliano circa 5.000 manifestanti in gran parte studenti medi, si dirigono verso la stazione centrale, ove occupano i binari per una mezzora scontrandosi con le forze dell'ordine. Poi si spostano verso la sede di "Equitalia" colpendola con un fitto lancio di uova. Infine raggiungono il "Fiat center" di via Porzio ove concludono con un comizio contro Marchionne in solidarietà con gli operai di Pomigliano.

Le manifestazioni nella capitale raggiungono il livello più alto

A Roma la tensione tra i medi e i professori è forte e si è manifestata prima del 14 novembre. Il 10, per non andare più indietro, un enorme corteo di studenti professori e genitori manifesta da P.za Esquilino ai Fori Imperiali fino al "Miur" di V.le Trastevere scandendo gli slogan "giù le mani dalla scuola pubblica", "se ci bloccano il futuro bloccheremo la città", "ci rivedremo il 14 novembre". Il 14 più di centomila manifestanti (disoccupati, lavoratori, pensionati, studenti medi, universitari) in gran parte studenti medi e giovanissimi sfilano per le vie e le piazze della capitale. Si formano quattro distinti cortei, che partono e si muovono in direzioni diverse. Il corteo della Cgil compie una passeggiata da Bocca della verità a P.za Farnese. Quello del sindacalismo di base sfila da P.za Della Repubblica a P.za Venezia denunziando la politica di austerità del governo, di cancellazione dei diritti dei lavoratori, di repressione delle lotte operaie. Quello degli universitari va da P.le Aldo Moro alla Sapienza e denuncia i costi degli studi e i parametri meritocratici del ministro Profumo. Quello dei medi, un fiume di giovani e giovanissimi, dopo essersi staccati dal corteo dei Cobas imboccano il Lungotevere attaccando Monti e la santa alleanza "ABC" (Alfano-Bersani-Casini) sostenitrice dell'austerità governativa e della repressione. La polizia opera una manovra di contenimento-aggiramento del corteo e a Ponte Sisto ne blocca la testa con una pioggia di lacrimogeni. I manifestanti rispondono con una fitta sassaiola. Si accendono scontri e corpo a corpo, che si svolgono in mezzo alle auto bloccate. Gli agenti inseguono i ragazzi dappertutto pestandoli a terra e sferrando calci in faccia. Vengono arrestati 8 manifestanti, altri 8 vengono denunciati, circa 150 identificati. Si contano 10 feriti gravi tra i manifestanti (centinaia hanno esitato di ricorrere alle cure sanitarie per non essere identificati) e 14 tra poliziotti e carabinieri.

A Milano si svolgono quattro distinti cortei. Quello della Cgil che compie, nell'apatia, il tradizionale percorso Palestro-Duomo con circa 9.000 partecipanti. Un secondo di camici bianchi, circa un migliaio, che parte da via Olgettina e va in P.za Duca D'Aosta e che protesta contro i 224 licenziamenti decisi dalla direzione del San Raffaele. Un terzo corteo, con concentramento in P.le Loreto, è diretto dal "SiCobas" che promuove la solidarietà operaia con le lotte in corso nel settore della logistica. Il quarto corteo è composto dagli studenti medi lombardi, da universitari, da personale della scuola della Cub e da vari "centri sociali". È un grosso concentramento che parte da L.go Cairoli. In Cordusio gli insegnanti si uniscono al corteo Cgil in Duomo; gli studenti si dividono in due tronconi. Il primo, col collettivo studentesco col centro sociale "il cantiere" e il "comitato inquilini", si dirige in P.za Vetra, il secondo, coi centri sociali "Zama" e "Lambretta", si dirige verso il Palazzo delle Stelline ove si scontra con la polizia che lo presidia; prosegue poi per la stazione di P.ta Genova ove cerca di occupare i binari ma viene sgombrato dai carabinieri.

A Torino i manifestanti sono diverse decine di migliaia; che si dividono in due cortei. Quello della Cgil che ripete la passeggiata di Roma. E quello degli studenti. Il corteo studentesco, composto soprattutto da medi, dapprima fa irruzione negli uffici del ministero infrastrutture per condannare la "TAV" e nel cantiere di Intesa Sanpaolo, poi bolla l'Agenzia delle Entrate e Palazzo Cisterna. La polizia attacca coi lacrimogeni e si scatenano vari scontri in uno dei quali resta ferito alla testa l'agente Contenta ben noto per il suo ruolo repressivo nell'ambiente politico torinese.

I giovanissimi riconquistano la scena politica

Puntualizzati gli episodi centrali della giornata passiamo subito a considerare il significato politico degli avvenimenti.

Per prima cosa bisogna valutare l'irruzione nelle piazze dei giovanissimi (che, lo diciamo tra parentesi, rappresenta un aspetto della più vasta dinamica giovanile, di cui qui non ci occupiamo). La forza motrice della mobilitazione è costituita dai quindici-diciassettenni o dai giovani con qualche anno in più. Questa leva giovanile, che in gran parte è attualmente ammassata negli istituti tecnici, vive con preoccupazione e indignazione lo sfascio della scuola, la sua accelerata differenziazione sociale per ricchi e poveri; ed è consapevole che questa scuola la candida alla disoccupazione e alla precarietà. Vive cioè con crescente avversione o paura, scontandola nel periodo formativo, l'attuale "condizione proletaria" di forza-lavoro sprecata o sottopagata. La rabbia che monta nella scuola e che contrassegna questa lotta proviene quindi, ambientalmente dall'«aziendalizzazione formativa» e dai "tagli", socialmente dal mercato schiavistico del lavoro e dalla legge del ricatto pienamente operante in questo momento nelle aziende, che spezza ogni relazione tra formazione e occupazione.

Questa leva si è catapultata in piazza, spinta dal dramma della "mancanza di futuro", senza programma e organizzazione ma determinata a sollevare questa "condizione invivibile". E si è ripresa la scena politica in questa fase di "guerra civile" come aveva fatto, nella sua prima apparizione di massa in un altro contesto storico, nel marzo 2001 a Napoli e nel luglio successivo a Genova. La massa dei giovanissimi non ha, e in generale non poteva avere, una organizzazione politica perché la sua mobilitazione, pur carica di disprezzo nei confronti di tutte le organizzazioni istituzionali politico-sindacali responsabili della distruzione della scuola pubblica e del suo futuro, mantiene una dimensione esistenziale, prepolitica. È l'espressione di una rivolta sociale contro il fallimento della scuola pubblica. Per questo motivo non si può dire che lo "sciopero europeo" sia stato in Italia lo sciopero della scuola. È stato, fondamentalmente, il proscenio, l'occasione, della ribellione giovanile a una realtà di invivibilità sociale, in cui la scuola ha avuto il ruolo di polarizzazione e di catalizzazione. Pertanto, al di là della sua collocazione contingente a scuola o tra i disoccupati di quartiere, questa leva entra in pieno nella "guerra civile" in corso, allargandone la portata e la profondità, con la potenzialità di trasformare il "futuro bruciato" in un avvenire rigoglioso.

Chi non ha nulla da perdere non ha paura di niente

In secondo luogo un altro aspetto da valutare è l'attitudine pratica dei giovanissimi. Disfattosi il sistema economico, dissoltosi quello politico, disgregatisi i canali di mediazione culturale, le relazioni sociali vengono regolate dalla logica di sopraffazione e dello scontro. Il 14 novembre i medi si sono scontrati con le forze dell'ordine senza indietreggiare. Ma non sono stati i medi ad attaccare bensì le forze dell'ordine. I medi hanno risposto all'attacco e resistito allo stesso fin quando hanno potuto. Bisogna dire subito che è una mistificazione allarmistica che i "cortei anti-austerità" finiscono in guerriglia. Finiscono in guerriglia i cortei, le manifestazioni, che vengono impediti ostacolati attaccati dalla polizia. Nella polimorfa giornata del 14 le forze dell'ordine non sono intervenute né contro i cortei sindacali in generale né contro quelli della Cgil in particolare, in quanto puntello del governo Monti. Esse hanno invece attaccato l'enorme corteo dei medi per soffocare sul nascere ogni azione decisa e terrorizzare l'intraprendenza giovanile. Ma i giovani d'oggi affermano esigenze assolute e non accettano il ricatto della disoccupazione o di un lavoro meschino e sottopagato (da fare per tutta la vita) né i meccanismi di potere di un ordine sociale affamatore e putrido. E sono pronti a scontrarsi e a combattere senza paura. Quindi gli scontri non solo sono inevitabili, ma si faranno ancora più duri; e i giovani che si battono impareranno a battersi meglio e a trascinarvi i meno decisi.

La brutalità antigiovanile delle forze dell'ordine

Un terzo aspetto che merita una valutazione specifica è la durezza dell'intervento poliziesco. I responsabili della "sicurezza", Monti-Cancellieri, hanno elevato la guerra statale contro le masse giovanili, consapevoli degli effetti devastanti sulle nuove generazioni della "linea di rigore" e della loro carica sovversiva. Ed hanno autorizzato il "pugno duro". La polizia ha caricato i medi coi lacrimogeni CS, a manganellate, a calci in faccia per spezzare i denti, a pestaggi bestiali, con folli caroselli, con una caccia terrorizzante al singolo manifestante a scopo identificativo. Le ragazze e i ragazzini che nel marzo 2001 manifestarono a Napoli contro il "Global Forum" e le centinaia di migliaia di giovani che nel luglio successivo manifestarono a Genova contro il "G-8" e che subirono i metodi brutali dell'«accerchiamento-pestaggio» e della "macelleria bestiale" hanno memoria di un alto livello di repressione statale. Ma oggi questo livello si è ulteriormente innalzato nei mezzi e nei fini in quanto la conflittualità sociale (i contrasti di classe) di inizio secolo si è trasformata in guerra civile e il potere delle banche e delle imprese attraversa una crisi acuta. Perciò il supercontrollo permanente e la mano bruta da parte della macchina poliziesca dello Stato nei confronti delle masse dei "dissenzienti" "oppositori" "antagonisti" "rivoluzionari" si fanno più invadenti e terrorizzanti. Per coprire le nefandezze degli agenti (a Roma, oltre agli otto arresti di cui sei studenti un disoccupato e un operaio, sono stati feriti centinaia e centinaia di manifestanti) la Cancellieri ha dichiarato che "tutta Italia bolliva". Bisogna quindi prendere atto della caratteristica di "fase" della brutalità poliziesca e attrezzarsi adeguatamente.

La separatezza dei cortei espressione dell'inasprirsi delle contrapposizioni sociali

Infine c'è un ultimo aspetto che resta da valutare: la separatezza dei cortei. La giornata del 14 novembre ha visto un ventaglio di cortei, che hanno manifestato l'uno separatamente dall'altro; e che in passato, trattandosi di mobilitazione comune a livello europeo, si sarebbero ritrovati l'uno dietro l'altro. I cortei non solo si sono distinti sul piano economico-sociale, ma anche sullo stesso terreno economico-professionale. Ai medi si sono affiancati alcuni gruppi di professori dei Cobas; mentre gli universitari si sono tenuti a distanza; e tra i due comparti della formazione non c'è stata cooperazione. I cortei sindacali si sono ignorati tra di loro. E dove si sono svolti cortei operai non c'è stata alcuna confluenza tra questi cortei e quello della Cgil. Questa separatezza tra le varie forze in movimento può essere interpretata in vari modi; ma essa segna principalmente la crescente demarcazione tra interessi sociali e politici diversi o confliggenti. Ed è quindi un indice dell'inasprimento della guerra tra le classi.

La rivolta sociale del mezzogiorno europeo

Prima di concludere dobbiamo dare un colpo d'occhio allo svolgimento dello sciopero nell'area europea. La "Ces" ha mobilitato le organizzazioni sindacali affiliate presenti in 23 paesi (Portogallo, Spagna, Italia, Croazia, Romania, Ceca, Germania, Francia, Inghilterra, ecc.). Lo sciopero ha mobilitato decine di milioni di lavoratori. In Spagna, ove la disoccupazione tiene il "primato" europeo (col 26% di disoccupati, di cui il 55% giovani), 9 milioni di manifestanti hanno bloccato l'intero paese. A Madrid ci sono stati violenti scontri tra scioperanti e forze dell'ordine. In Portogallo, altro paese ad alto tasso di disoccupazione (16%), gli scioperanti hanno inscenato la loro protesta sotto il parlamento. Manifestazioni di protesta contro la "linea di rigore" si sono avute in Inghilterra, Belgio, Francia, Germania, Grecia (ove due giorni prima i sindacati avevano effettuato 48 ore di sciopero generale) e in altri paesi. Lo sciopero, benché indetto per non far male, ha avuto come effetto quello di consentire manifestazioni concomitanti, contro l'austerità di Bruxelles e della Bce, a lavoratori e paesi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna) che da anni si battono da soli su questo terreno. Inoltre esso ha evidenziato la rivolta sociale che divampa nell'Europa meridionale e la profonda spaccatura tra Sud e Nord. Quindi per poter agire in modo incisivo sul piano europeo i lavoratori debbono darsi una piattaforma comune, centrata sui propri interessi non su quelli della nazione, e un'organizzazione di classe.

Spinte dinamiche organizzazione e prospettiva di lotta

Traiamo ora le conclusioni e formuliamo le nostre indicazioni operative. Di questa giornata si parlerà ancora in altre sedi e sotto altri profili. Per quanto gli avvenimenti e la fase che attraversiamo ci consentono di dire, compendiamo le nostre conclusioni, che assumiamo ai fini dello sviluppo della guerra civile in guerra rivoluzionaria, nei tre punti seguenti.

1°) Il primo punto concerne il rapporto tra forme di lotta organizzazione e finalità della lotta. Le forme di lotta sono svariate; dipendono dai bisogni, dalle spinte dinamiche, dai livelli di conoscenza, ecc. Nonostante la varietà ogni tipo di lotta sociale richiede la sua forma di organizzazione. Attualmente la lotta operaia contro le "politiche di austerità" per potere incidere sui governi neoliberisti ultrareazionari d'Europa e, nel nostro paese, contro il "direttorio finanziario" Monti e crociati, richiede un'organizzazione di combattimento che sia all'altezza dello scontro. Richiede, in breve, un "sindacato di classe". E quindi è a questa forma di organizzazione che debbono lavorare decisamente in questa fase le pattuglie più avanzate di lavoratori.

2°) Il secondo punto riguarda la correlazione "lavoro-formazione". Dopo decenni di agitazione a difesa della "scuola pubblica" gli studenti medi (e questo vale per i professori e i genitori "progressisti") si sono ritrovati con una struttura asfittica e carceraria. E si stanno rendendo conto che la "formazione" è dettata dal mercato del lavoro (dalla logica del profitto e della rendita), che questo mercato è dominato in questa fase dalla "legge del ricatto" e che questa "legge" aleggia sulla scuola. Di conseguenza non si può "liberare" alcun sapere dalla scuola se non si capovolge il ruolo della stessa da strumento a servizio della finanza in strumento a servizio delle masse; capovolgimento possibile solo attaccando e debellando il potere statale. Quindi si possono mettere in atto manifestazioni oceaniche ma senza distruggere la macchina statale si rimane intrappolati in una struttura sempre più decrepita.

3°) Il terzo punto investe la relazione tra lotte immediate e prospettiva generale. I lavoratori, ma anche gli studenti medi, non possono pensare di risolvere i problemi d'esistenza, né definitivamente né stabilmente, agendo nella tolleranza del sistema capitalistico. Questo sistema, generatore di miseria e disastri, va combattuto quotidianamente contrapponendo nelle lotte immediate la prospettiva del potere proletario. Non si può cambiare la struttura di classe del lavoro e della formazione senza impossessarsi del potere. Quindi chi lotta, chi si batte anche per le "piccole cose", deve travasare le proprie energie nella costruzione del "partito rivoluzionario", la forma di organizzazione necessaria a realizzare questo obbiettivo. L'unica prospettiva di "futuro possibile" è il comunismo.

A chiusura formuliamo le seguenti indicazioni operative:

- gli studenti medi debbono organizzare nelle scuole i "comitati studenteschi rivoluzionari" e praticare il principio della "centralità proletaria" e della lotta per il potere;

- i "comitati studenteschi rivoluzionari" debbono assumere il controllo degli istituti per arginarne la decadenza e la differenziazione di classe; inserendo l'impegno per un modello superiore di formazione nella battaglia per la conquista del potere;

- i lavoratori che hanno abbandonato le Confederazioni sindacali e i sindacati di base debbono procedere alla costruzione del "sindacato di classe" aperto a tutti i salariati locali e immigrati;

- combattere le "politiche di austerità" esigendo l'aumento del salario la riduzione dell'orario il salario minimo garantito l'aumento delle pensioni più basse e il ripristino dell'età pensionabile antecedentemente alle controriforme partite con gli anni novanta; esigere altresì l'abolizione delle tasse sulla busta paga e dell'Iva sui generi di largo consumo e dell'accise sulla benzina per tutti i lavoratori.

- promuovere l'unione dei lavoratori al di sopra dei confini nazionali, a partire da quelli dell'area meridionale, sulla base della comunanza di interessi e dell'internazionalismo proletario;

- aprire una campagna generale di lotta contro i nuovi "negrieri" del lavoro salariato, contro il padronato il governo lo Stato per l'aumento del salario di 300 € mensili nette in busta paga, per la riduzione della giornata di lavoro, per il salario minimo garantito di 1.250 € mensili intassabili; e contro il binomio ministeriale "meno automatismi più produttività" e contro il nuovo accordo sulla "produttività";

- esigere la cancellazione del debito pubblico senza alcuna concessione al protezionismo al nazionalismo allo statalismo;

- non stare alla coda del capitalismo distruttivo, partecipare a fronte alta alla lotta proletaria;

- trasformare la guerra civile in guerra di classe;

- riversare le migliori energie nella costruzione e potenziamento del partito rivoluzionario.

La rivolta che avvampa l'Europa meridionale pone a disoccupati, studenti medi, operai, il compito di lotta generale per il potere proletario.

Costituire le forme di organizzazione adeguate a questa lotta.

Costruire il partito rivoluzionario.

Edizione a cura di
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it

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