DUE ANNI DOPO: tutti abbiamo ancora da imparare dalla rivoluzione dei gelsomini.

CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO VIA STOPPANI,15

21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia

(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)

e-mail: circ.pro.g.landonio@tiscali.it

-----------Archivio giorn. murali affissi e diffusi nel 2011 in prov. di Varese.
In allegato giornale da pag. 8 a pag.11.

SUPPLEMENTO giorn. murale del 16/1/2011 (Formato PDF)

- L'insurrezione giovanile e proletaria in Tunisia travolge la cricca di Ben Alì ed infiamma il Mediterraneo. La nostra solidarietà agli insorti. Guerra sociale contro il nostro sistema, protettore del regime tunisino. Fuori tutti i prigionieri comunisti e proletari. Amnistia generale. Salario minimo garantito per disoccupati e precari di 450 dinari (240 euro) mensili intassabili. (I)

Quanto avviene da un mese [dic.2010-genn.2011]in Tunisia è la manifestazione locale di un rivoluzionamento politico-sociale che investe l'area nordafricana e mediorientale e che si ricollega ai rivolgimenti consimili dell'area meridionale europea. Prima di incominciare a ricostruire e a valutare gli avvenimenti diamo alcuni dati geopolitici del paese maghrebino.

Il regime di Ben Alì e il giuoco dell'imperialismo italiano

La Tunisia, grande quanto due terzi del territorio italiano, conta circa 10 milioni di abitanti, per il 65% di età sotto i trent'anni. Liberatasi nel 1956 dal colonialismo francese, dalla cui egemonia non si è sottratta fin'oggi, si organizzò in repubblica costituzionale con forti poteri al presidente. La carica di presidente è stata assunta quasi a vita dall'eroe nazionale Habib Burghiba. Negli anni 1985-1987 il governo Craxi, ministro degli esteri Andreotti, complottò per mettere da parte l'anziano presidente Burghiba e sostituirlo con un uomo più vicino agli interessi italiani. Quest'uomo era Zine el Abidine Ben Alì che il 7 novembre 1987 prendeva il posto di Burghiba. Proveniente dall'esercito e dalla polizia Ben Alì, con la cooperazione dell'ambiziosa moglie (Leila Trabelsi) dei figli e del genero El Materi, si è impadronito delle leve economiche ricavando vantaggi in tutti i modi (1): con la gestione diretta, con la corruzione, con la sopraffazione. Il nostro sistema economico-finanziario ne ha tratto e ne trae elevati benefici grazie ai bassi livelli salariali agli sgravi fiscali e altre benemerenze. Un quarto delle 2.500 imprese straniere, operanti in Tunisia, è costituito da imprese italiane. Tra queste ultime spiccano: ENI (gasdotti), Benetton (tessile), Fonderia Gervasoni (legata alla Fiat-Holland, con 140 dipendenti produttrice di veicoli industriali e agricoli), Cementificio Colacem (con 180 dipendenti), Impresa vinicola Colatrasi (con 100 dipendenti). Da Craxi in avanti i nostri governi hanno poi armato costantemente la cricca tunisina per opprimere le masse e negli ultimi tempi a tenere sotto controllo gli immigrati. La cricca di Ben Alì e la borghesia locale poggiano il loro potere su 200.000 poliziotti, 25.000 militari; e sul sostegno di 2,5 milioni di iscritti dichiarati al "raggruppamento nazionale". Dopo la Francia, l'Italia è il primo partner commerciale della Tunisia e il primo protettore imperialistico. E, quindi, vitalmente interessato ad impedire lo sviluppo insurrezionale e a stabilizzare la situazione. Detto questo passiamo all'esame degli avvenimenti.

La scintilla della rivolta

Il movimento di protesta, di ribellione, di rivolta; che si è tramutato via via in un processo insurrezionale contro il regime, ha la sua scintilla nel suicidio di un neolaureato, il ventiseienne Mohamed Bouaziz, che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco a Sidi Bouzid (una località del Sud) davanti l'ufficio del governatore dopo il sequestro del banco di vendita. Ci sono manifestazioni immediate di solidarietà e di indignazione sociale. Due giorni dopo scoppiano scontri tra giovani e polizia che si diffondono in vari centri. Nel centro-sud la regione di Jebel, ad alta concentrazione di disoccupati, diviene teatro di colleriche dimostrazioni che sfociano in violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. L'ondata di dimostrazioni si diffonde a Kasserine, a Thala, a Gafsa (luogo della rivolta del 2008 nelle miniere). Gli scontri e i disordini dall'interno si propagano lungo la costa a Sfax, Gabès, Soussa. Il suicidio del neolaureato viene vissuto come una umiliazione insostenibile in quanto ogni anno si presentano sul mercato del lavoro 80.000 nuovi laureati che non trovano alcuno sbocco.

Le forze sociali in movimento

La componente fondamentale del processo insurrezionale è costituita dalla gioventù: dalla gioventù disoccupata, operaia e intellettuale (neodiplomata). La seconda componente è costituita da operai, addetti al commercio e ai servizi, contadini. La grande massa di forze sociali in movimento è costituita quindi da disoccupati e lavoratori dipendenti e autonomi.

Sul piano politico il movimento è prettamente laico. Non circolano posizioni e/o simboli religiosi. E sono presenti gli orientamenti e le tendenze più varie. Ci sono democratici, nazionalisti, comunisti, antagonisti barricadieri, marxisti terzomondisti e proletari, ecc. Sulle piazze si trovano anche i sindacalisti della Ugtt (Union Genéral des travailleurs). Nei momenti più decisivi della rivolta è comunque sempre prevalsa la spinta all'unità.

Le cause del sollevamento

Via via è cresciuto il movimento insurrezionale ha rivelato la sua fisionomia sociale e la sua genesi economico-politica. In dicembre, e in concomitanza con gli scontri di piazza in Algeria di cui ci occuperemo in un prossimo numero, si è cominciato a parlare di rivolta per la semola e per il couscous, ossia di rivolte determinate dall'enorme aumento dei prezzi di prima necessità. Poi a gennaio è stato abbandonato lo schema dellarivolta per il pane e si è passati a parlare di rivolta sociale, di rivolta dovuta alla mancanza di lavoro e al deteriorarsi delle condizioni di vita per l'alto livello della disoccupazione giovanile; e si è definito il processo insurrezionale in corso un moto di disperazione di una generazione senza futuro esasperato dallo strapotere di Ben Alì. In effetti le cause del processo insurrezionale sono più profonde e più specifiche. Esse stanno nel complessivo deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita della masse, in particolare di quelle giovanili (crescita della disoccupazione cronica di massa, irrigidimento dei flussi immigratori, sottosalarializzazione generale, impennata dei prezzi alimentari), accelerato da tre anni di crisi sistemica (2008-2010). E stanno, altresì, nell'insopportabilità di un potere corrotto e dispotico e nella volontà incomprimibile di non tollerarlo più. Fattori questi ultimi che agiscono come molle scatenanti nell'animo giovanile.

(Continua)

(1) Nei dispacci captati da Wikileaks l'ambasciatore statunitense nel 2004 definisce la Tunisia "uno Stato mafioso"; ove la ricetta del presidente è"sorvegliare e punire".

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SUPPLEMENTO gior. murale del 22/1/2011 (Formato PDF)

- Ora che Ben Alì è fuggito comincia per gli insorti tunisini il compito più difficile: sbarazzarsi del potere statale. Trasformare i "comitati di solidarietà" in organismi di potere locale. Organizzarsi nel partito rivoluzionario. Armare i lavoratori. Prepararsi allo scontro decisivo contro esercito e polizia. (II)

[La prima puntata è apparsa sul Murale 15/1/2011]

Le richieste del movimento e l'intervento dell'esercito

Da più anni i giovani e i lavoratori tunisini, manifestando con coraggio, hanno rivendicato libertà e dignità. Ora il movimento, denunciando la repressione, chiede che Ben Alì se ne vada e finisca il suo regime repressivo, rappresentato dal partito di potere (l'Rcd) e da una burocrazia corrotta. I neodiplomati gli universitari e i professionisti affiancano a queste richieste la rivendicazione di diritti e democrazia. Al di fuori di queste richieste il movimento insurrezionale non si dà alcun programma e mantiene un carattere spontaneo. Trova i suoi canali di comunicazione senza tuttavia acquisire una struttura organizzativa tranne i "comitati di solidarietà" che si formano nel corso delle lotte in varie località in appoggio o in autodifesa o nell'una e nell'altra forma insieme. Il movimento erompe contro tutta l'impalcatura politica istituzionale e in questo slancio trova la sua identificazione.

Nella prima decade di gennaio il movimento si estende in lungo e in largo, senza raggiungere ancora la capitale, con una sequela di scioperi dimostrazioni scontri con la polizia. E trascina con sè le classi medie (avvocati, professori, commercianti, medici, ecc.). Appaiono i tiratori scelti che colpiscono dall'alto degli edifici i dimostranti più attivi. Il 7 viene mobilitato per la prima volta dalla sua formazione nel 1956 ad opera di Bourghiba l'esercito (escluso da compiti di sicurezza pubblica e rimasto estraneo alla rivolta per il pane del 1984), il quale interviene a Kasserine per sedare la rivolta operaia.

Le fasi di crescita del movimento

Dall'inizio al 15 gennaio il movimento attraversa tre fasi di crescita: a) una fase di accumulo; b) una fase di estensione e radicalizzazione; c) una fase di culmine.

La prima fase occupa la seconda parte di dicembre. In questa fase proteste manifestazioni scontri tra dimostranti e forze di sicurezza esplodono a scoppio continuo soprattutto al sud. Le notizie corrono attraverso i mezzi di comunicazione diretta e internet. Blogger e attivisti sindacali resocontano sulle giornate di lotta e danno avviso delle mobilitazioni. Il 30 dicembre il ministro dell'interno blocca internet per impedire le comunicazioni tra le forze in rivolta. Ma il blocco viene aggirato attraverso un sistema di navigazione anonima.

La seconda fase occupa i primi 10 giorni di gennaio. Ed è caratterizzata dall'estensione e massificazione delle manifestazioni, dall'intensificazione dei livelli di mobilitazione e degli scontri. La repressione delle forze di sicurezza (polizia politica e polizia ordinaria) è feroce. Vengono assediati i centri in rivolta, viene tagliata l'elettricità, si spara a vista sui manifestanti (il 10 a Douge, Gaber, Biserta). Si contano 50 morti (secondo radioKolima) e diverse centinaia di arresti. La violenza repressiva aumenta l'indignazione popolare e la battuta che passa di bocca in bocca è "non abbiamo più paura".

La terza fase va dall'11 al 15 gennaio. È quella in cui l'insurrezione si impadronisce della capitale. E vediamo ora in che modo e con che esito.

Coprifuoco a Tunisi

L'11 l'insurrezione invade la capitale. In precedenza le piazze di Tunisi erano state animate dai sindacalisti dagli universitari dagli avvocati. Da questo momento entrano in azione gli operai dei quartieri popolari. Scontri e incendi si propagano per tutta la giornata. Il 12 il governo ordina il coprifuoco. L'esercito occupa le posizioni più importanti. Forze speciali di polizia presidiano boulevard-Bourghiba per impedire ai dimostranti di occuparlo. Nel pomeriggio la polizia spara sui manifestanti e su alcune centinaia di giovani che arrivano sino alla Medina facendo almeno 5 morti e centinaia di feriti. Viene arrestato il segretario del Partito comunista dei lavoratori fautore di un assetto democratico nazionale. Intanto arrivano le notizie del compatto sciopero generale a Sfax; mentre per il 14 è proclamato dall'Ugtt lo sciopero generale a Tunisi. In serata Ben Alì, nel tentativo di scampare all'ondata insurrezionale, sostituisce il ministro degli interni e promette ai manifestanti (che aveva qualche giorno prima bollato come"terroristi al servizio di forze straniere") 300.000 posti di lavoro e fondi per i disoccupati neolaureati nonché la scarcerazione degli arrestati. Al contempo però fa chiudere le scuole per evitare che gli studenti si uniscano agli insorti.

La carota del presidente e il bastone dei miliziani

Il 13 è una giornata di estrema tensione sociale e di convulsione per il potere. I dimostranti irrompono in ogni parte della città e ingaggiano violenti scontri con la polizia. In serata Zine el Abidine Ben Alì, sentendosi abbandonato dai militari (egli aveva appena rimosso il capo di stato maggiore dell'esercito per avere rifiutato di intervenire contro l'insurrezione), tenta una carta estrema. Parlando alla TV promette di non ricandidarsi più, di non censurare internet, di non fare sparare più sulla folla e di abbassare i prezzi dei generi di prima necessità. E, finito il discorso, dà via libera agli squadroni di miliziani che, sotto forma di fanatici sostenitori, scorrazzano per la città in barba al coprifuoco inneggiando al presidente. Mentre il mellifluo discorso di Ben Alì viene salutato dal Pdp (Partito democratico popolare) maggior partito di opposizione diretto da Najeb Chebbi, all'opposto suscita ulteriore indignazione tra gli insorti, i quali si preparano alla prova di forza. Quelli che restano in casa stanno in contatto con i manifestanti. Si contano intanto 66 morti. Il governo italiano dichiara il suo pieno appoggio a Ben Alì.

La fuga di Ben Alì e il ruolo dei militari

La giornata del 14 è di una intensità eccezionale. Nella capitale si succedono l'uno dopo l'altro i cortei dei manifestanti: di giovani, operai, insegnanti, bancari. I quartieri ricchi vengono presi d'assalto. Vengono saccheggiate le ville dei trabelsi, cioè della cerchia di Leila Trabelsi moglie del presidente, anche come regolamento di conti. I militari cercano di prendere il controllo della situazione. L'onda della sollevazione tocca il culmine e rompe i giuochi tra le due cosche della famiglia presidenziale e le forze armate, imponendo la svolta. Alle ore 16, mentre la sbirraglia anti-sommossa continua a far uso delle armi, Ben Alì lascia Tunisi per un luogo sicuro (si saprà successivamente che si è rifugiato a Gedda in Arabia Saudita). A dare la notizia è il primo ministro ad interim Mohammed Ghannouci, un politico di lungo corso del regime, il quale dichiara ufficialmente che il presidente se ne è andato e che vengono nominati sei saggi per preparare nuove elezioni entro sei mesi. L'esultazione popolare è incontenibile.

Barricate a Tunisi il 14 gennaio

La giornata del 14 è una data cruciale, non solo perché dopo 23 anni di potere dispotico Ben Alì ha dovuto scappare, ma anche perché a indurlo a scappare sono i militari; i quali, dopo aver circondato la residenza presidenziale di Cartagine e l'aeroporto, lo hanno convinto a lasciare per consentire una soluzione pilotata della drammatica crisi. Infatti, a parte i contrasti insorti nella cricca di potere (tra la banda Trabelsi e la bandaMateri di Saker El Materi genero del presidente indicato come il più ricco del paese), l'incognita per Ben Alì era costituita dall'immensa dimostrazione in corso. Sin dalle prime ore del mattino l'enorme massa di manifestanti (giovani, disoccupati, lavoratori, donne, anziani, professionisti, intellettuali) aveva occupato lo strategico viale Bourghiba; insultando non solo Ben Alì ma anche la polizia schierata a protezione del ministero degli interni. I militari hanno capito che gli insorti erano pronti a dare la spallata finale e hanno convinto, senza ambagi, Ben Alì a scappare per salvare il potere statale dal naufragio. Così, grazie alla fuga protetta della famiglia presidenziale, i militari riescono a riprendere il controllo della piazza, nonché il comando della polizia, affidandoli alla direzione del deposto capo di stato maggiore Rashid Ben Ammar.
La fuga dalle carceri

La fase culmine dell'insurrezione è completata dalla fuga dei detenuti dalle carceri. Mentre la massa popolare staziona sulla piazza della capitale per non essere defraudata del risultato raggiunto (la cacciata di Ben Alì), nel resto del paese avvengono saccheggi e assalti ai supermercati (anche a Tunisi viene preso d'assalto Carrefour Mustafa) e dalle carceri evadono in massa i detenuti. A Monastir nel sud-est la polizia compie un massacro: spara per sbarrare la strada ai detenuti facendo 60 morti. Un altro detenuto viene ucciso nel carcere di Biserta. Senza sangue i detenuti riescono ad uscire dalle carceri di Tunisi, Sfax, Kasserine. Con la fuga dalle carceri si chiude la fatidica giornata del 14 gennaio.

Il 15 Tunisi, ancora sotto coprifuoco, appare immersa in una calma irreale. Ci sono dappertutto i segni degli scontri precedenti, degli assalti e degli incendi; ma l'onda si è placata. I carri armati presidiano i punti strategici. La polizia riappare sulle strade. E si vedono anche ragazze e ragazzi scattare foto davanti i blindati. La travolgente insurrezione appare dunque appagata dalla caduta di Ben Alì e dalla promessa di nuove elezioni.

Il regime di Ben Alì senza Ben Alì

Questo è l'esito immediato, formale, del movimento insurrezionale definito dal movimento stesso "rivoluzione dei gelsomini". Ma ogni forza sociale, che si è battuta (e, per gli effetti opposti, che ha resistito), si aspetta ora i cambiamenti reali e i risultati perseguiti e preme per ottenerli e imporli. Col 16 gennaio si entra così in una nuova fase di conflitti e di scontri, più lunga e più complessa di quelle precedenti, avente ad oggetto il riassetto dei rapporti di classe e il riequilibrio delle forze di potere. Prima di trarre le considerazioni conclusive sulla rivoluzione dei gelsomini prolunghiamo l'esame degli avvenimenti fino al giorno 21 per vedere appunto come le cose stanno andando sotto quest'ultimo aspetto.

L'art. 57 della Costituzione tunisina stabilisce che se il presidente in carica cessa la sua funzione questa passa al presidente del parlamento il quale ha il compito di portare il popolo alle elezioni entro 60 giorni. Il presidente del parlamento Fouad el-Mabzaa, invece di indire le elezioni, ha affidato al primo ministro Ghannouci il compito di formare un "governo provvisorio nazionale" per tenere le elezioni entro sei mesi. I vertici e i sotto-vertici istituzionali si comportano quindi come se Ben Alì fosse in carica.

Il regolamento dei conti tra militari e guardia presidenziale

Il primo riequilibrio tra le forze di potere riguarda l'apparato complessivo di sicurezza dello Stato. Dal 16 pomeriggio un contingente di 6.000 militari assedia coi carri armati coadiuvati dagli elicotteri la caserma di Gammarth vicina al palazzo presidenziale a 15 Km dalla capitale, ove sono asserragliati circa mille poliziotti della guardia presidenziale. Questi pretoriani a servizio personale di Ben Alì pagano ora il prezzo interno della sua caduta. La sproporzione di forze è tale che non è possibile alcuna resistenza. E, peraltro, l'obbiettivo dei soldati non è quello di massacrare i poliziotti ma quello di ottenerne la capitolazione al fine di degradarle nella gerarchia sicuritaria.

Il comando dell'esercito aveva mostrato a Ben Alì di non essere disponibile a soffocare nel sangue il movimento insurrezionale, non intendendo legare la propria sorte a quella dello screditato presidente ed inducendolo poi a scappare nel momento incandescente dell'insurrezione. L'esercito raccoglie quindi i frutti della sua calcolata equidistanza, ponendosi come "arbitro" della nuova fase e, fin da subito, come riorganizzatore dei corpi di sicurezza dello Stato.

La formazione del "governo provvisorio di unità nazionale"

Il 17 il primo ministro Ghannouci, promettendo libertà di informazione nonché la liberazione dei prigionieri politici e un'inchiesta su chi si è arricchito con la corruzione, presenta la lista del nuovo governo provvisorio. La lista comprende due terzi di membri del disciolto governo e un terzo di membri delle forze di opposizione, con esclusione del partito islamista ("Ennhada" è una formazione moderata e pacifica) e del partito comunista. Tra le forze di opposizione figurano: a) il moderato Najeb Chebbi del Ppd; b) Ahmed Ibrahim esponente di Ettajdid, una frazione morbida staccatasi dal Pcot, in rappresentanza dell'Ugtt che, tra i contrasti interni, ha accettato di partecipare al governo "per evitare che il paese sprofondi nel caos"; c) Slim Amomou, un blogger, prescelto per dare una coloritura movimentista a una composizione conservatrice, peraltro anch'esso in pieno contrasto con le posizioni del movimento. Il nuovo governo provvisorio ha ben poco di nuovo, sembra una copia riverniciata del vecchio, con forte deficit di unità nazionale restando fuori islamisti e comunisti democratici. Il Pcot ne ha criticato subito la composizione chiedendo che facciano parte del governo provvisorio persone più credibili e che si modifichi la repubblica presidenziale in repubblica parlamentare riconoscendogli piena legalità. Da queste prime mosse si vede quindi la vischiosità e la ristrettezza del riequilibrio dei rapporti tra le forze politiche istituzionali: tutto gira attorno ai vecchi attori del palazzo. Il regime è così marcio e corrotto che è incapace di cambiare.

La "normalità" è il conflitto

Il 18 Tunisi ritorna normale. Non c'è più il coprifuoco e la vita ritorna a pulsare nella sua quotidianità. Ma già da ieri il viale Bourghiba divenuto sede di nuove manifestazioni e scontri. Un centinaio di aderenti al Pcot manifesta contro le scelte di Ghannouci, ma viene attaccato coi lacrimogeni dalla polizia e praticamente spazzato via. Nella mattinata del 18 un corteo di manifestanti richiede a gran voce lo scioglimento del Raggruppamento costituzionale democratico, ma viene caricato anch'esso dalla polizia. Si sviluppa una guerriglia che si prolunga per diverse ore. Ai manifestanti si uniscono i passanti e la polizia indietreggia. A Sfax migliaia di manifestanti, reclamando lo scioglimento del Rcd, ne attaccano la sede e la demoliscono. Nei vari cortei della capitale i dimostranti alzano il pane e l'acqua gridando che di essi se ne può fare a meno della libertà no. In molte fabbriche gli operai reclamano aumenti salariali. Il quadro delle forze sociali è in movimento. Ed è questo quel che conta ai fini della modifica dei rapporti tra le classi favorevoli a giovani disoccupati lavoratori donne e studenti. È questa quindi la fase di dare il deciso e massimo sviluppo al contenuto proletario della rivoluzione dei gelsomini; che, secondo gli ultimi dati, è costata sinora più di 220 morti e di migliaia di feriti.

La gioventù deve battersi per il potere

Terminiamo l'esame degli avvenimenti articolando le seguenti considerazioni conclusive.

1a) L'insurrezione tunisina è una manifestazione locale di un processo generale di inasprimento e di guerra tra le classi di cui per il momento sono investiti in pieno l'Africa settentrionale e il Mediterraneo.

2a) La forza motrice di questa guerra tra le classi è costituita dalle masse giovanili, gettate da ogni Stato, anche dopo lunghi anni di studio, nella disoccupazione cronica di massa. In Tunisia i giovani e giovanissimi sono stati l'anima e la forza trainante del movimento insurrezionale.

3a) Nel movimento, e fino al suo culmine, ha prevalso uno spirito opposizionale: la volontà di sbarazzarsi della banda di Ben Alì. Questa volontà, se ha agito da elemento di massificazione, non ha però consentito alla maggioranza proletaria di esprimere i suoi obbiettivi di classe: la lotta per il potere, l'espropriazione della borghesia, la socializzazione dei mezzi di produzione.

4a) È sbagliato, quanto all'esito, parlare di vittoria a metà o di semplice rimpasto di vertici in quanto gli insorti non hanno dato l'assalto al potere bensì alla famiglia di Ben Alì. E questo risultato, anche se vi ha contribuito l'equidistanza dell'esercito, essi lo hanno ottenuto. Il problema ora è che per sradicare il regime di Ben Alì occorre fare una lotta più agguerrita e inserirla come tappa intermedia della lotta per il potere.

5a) Questa lotta deve fare i conti con l'esercito, che, in tutti i regimi post-coloniali, è il baluardo del potere anche se spesso in frizione con i gruppi di vertice corrotti e screditati. I militari stanno vigilando sulle manifestazioni anti-regime e sono pronti a impiegare il pugno di ferro. Bisogna quindi organizzarsi e attrezzarsi adeguatamente per poterli affrontare e, situazione permettendo, sconfiggerli.

6a) Sviluppare tutte le potenzialità della lotta sociale e anti-statale respingendo la via paralizzante delle elezioni. Imprimere la massima energia alle lotte in corso per l'aumento del salario per il sostegno ai disoccupati per il miglioramento delle condizioni di lavoro, per l'organizzazione autonoma, per la piena libertà di movimento e di azione, per il ribasso dei prezzi, per l'abbattimento del regime e del capitalismo. Altri paesi stanno entrando sullo stesso percorso di lotta (Algeria, Egitto, ecc.). Quindi si può procedere insieme.

7a) Il governo italiano come ha appoggiato Ben Alì e disteso un cordone contro gli insorti così appoggia ora i suoi successori contribuendo a soffocare ogni movimento proletario. Il ministro Frattini ha riconfermato il 16 gennaio che la priorità è arginare il fondamentalismo e ha esaltato il modello Gheddafi, sterminatore di oppositori e immigrati. I lavoratori italiani e i lavoratori tunisini sono ora chiamati a muoversi nello spirito e nella pratica dell'internazionalismo proletario fuori da ogni ipocrita solidarismo umanitario.

8a) Tutti abbiamo da imparare dalla rivoluzione dei gelsomini e per quanto ci riguarda approfondiremo le varie questioni via via acquisiremo nuovi materiali. Ma c'è una lezione che bisogna trarre su tutto e che nell'immediato vale per l'intero Mediterraneo ed è che la gioventù si batta per il potere proletario armando le masse e rovesciando lo Stato borghese.

Milano. gennaio 2011

--Edizione a cura di--

RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it

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